Komurasaki la più grande PR*STITUTA di Wano

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Qual era la figura della prostituta all’interno della società nipponica del periodo Tokugawa?

 

FRATELLI!

Finalmente questa settimana ci sarà il capitolo e io potrò scrivere le mie consuete stronzate settimanali. Considerata la pausa, sono in astinenza da omelia, così ho pensato di farvi sentire la mia presenza

IN SENSO METAFORICO!

Unendo l’utile al dilettevole. Infatti

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Oggi però voglio soffermarmi sulla mia creatura

IL GLOSSARIO DI WANO

Una rubrica che curo personalmente e che ha come scopo quella di raccogliere tutte le citazioni al folklore giapponese che Oda ha disseminato nella saga di Wano. Prossimamente vi parlerò della Enma.

Questo articolo è incentrato su una delle voci all’interno del Glossario

OIRAN

La prostituta. In realtà scopriremo che è molto più di una semplice donna di piacere, diversa anche dalla geisha.

PRIMA APPARIZIONE – cap. 927

La figura della Oiran era molto presente all’interno del tessuto sociale nipponico. Non erano solo prostitute, venivano considerate cortigiane, ovvero donne capaci non solo di intrattenere con il corpo ma anche utilizzando il canto, la danza, la calligrafia. Erano molto colte e abili nell’arte oratoria, capaci di tenere conversazioni di altissimo livello intellettuale. Così come la Geisha si differenziava dalla Oiran perché non intratteneva rapporti sessuali, così la Oiran si differenziava dalla Yujo che era una prostituta comune, ovvero una donna il cui lavoro era solo l’appagamento sessuale del cliente, e non intellettuale o artistico.

Durante il periodo Edo (o periodo Tokugawa) svolgevano le loro attività alla periferia delle città più importanti come Kyoto, Osaka e Tokyo. Questa lontananza dai quartieri popolari creava tra la gente una sorta di mitizzazione della figura delle Oiran che venivano considerate delle star. E infatti solo poche persone potevano beneficiare dei loro servizi, sia per i prezzi altissimi e sia perché le Oiran potevano anche rifiutare un cliente, una cosa non consentita tra le prostitute comuni. Quando un uomo chiedeva il servizio di una Oiran, la lista d’attesa poteva durare diverse settimane. Il rituale era svolto in tre appuntamenti: durante i primi due, il ricco signore doveva dimostrare alla cortigiana di essere degno del suo tempo e aveva il dovere di farle vedere tutte le sue ricchezze. La donna non doveva né parlargli e né consumare qualsiasi pasto con lui. Se la donna si riteneva soddisfatta di ciò che aveva visto (che tradotto vuol dire “se aveva capito che quest’uomo poteva mantenere economicamente lei e tutte le Oiran del suo quartiere”) allora cominciava il terzo appuntamento. La cortigiana iniziava una sorta di sfilata lunghissima (esattamente come fece Komurasaki verso il castello di Orochi) nella quale camminava poggiando i piedi e muovendoli sinuosamente in modo da disegnare con il piede una specie di 8. Ecco un video che vi spiegherà meglio quello che ho detto:

Quello che vediamo nel capitolo in cui entra in scena Komurasaki è esattamente la camminata rituale di una Oiran verso il suo cliente, in questo caso Orochi.

Passo dopo passo, con ogni piede appoggiato sempre avanti, arrivava nel luogo dell’incontro, a casa del ricco signore e dopo il terzo appuntamento questi poteva considerarsi un cliente abituale.

Per approfondire questa controversa figura del Giappone Edo, vi consiglio Sakuran di Mayoko Anno. Una lettura fondamentale per comprendere le dinamiche di potere all’interno dei bordelli dove ogni donna doveva lottare contro tutte le altre per emergere.

Analizzando brevemente gli abiti indossati dalle Oiran, presentavano alcune differenze con quelli delle Geisha. In primis, l’acconciatura era molto più elaborata con l’inserimento di tanti ornamenti tra i capelli. Caratteristica importantissima era il fiocco del kimono. A differenza delle Geisha, le Oiran ce l’avevano davanti. Questo perché, in quanto prostitute, era più facile da sfilare e da togliere. Il kimono era riccamente decorato e molto spesso dava il via a nuove mode.

Come accennato precedentemente, le Oiran, essendo distanti dal centro della città, creavano curiosità e ammirazione da parte della gente che le vedevano quasi come divinità irraggiungibili. Anche il fatto di avere i geta – i sandali di legno – alti più di venti centimetri era un modo per creare soggezione da parte della gente che vedeva una Oiran altissima, più alta di qualunque altro essere umano e si sentiva inferiore nei suoi confronti. Oltre ai sandali, queste donne non indossavano i tabi, ovvero i calzini tradizionali giapponesi, neanche d’inverno. Lo facevano probabilmente per permettere a chiunque di guardare i loro piedi nudi. Che siano state proprio loro ad aver creato, tra le tante mode, anche quella del feticismo dei piedi?

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