Iena Bellamy e Samuel Bellamy: “io sono un principe libero”

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Due pirati, un reale e uno di fantasia, che hanno veramente poco in comune. Di una cosa devo lamentarmi con Oda: a Bellamy poteva assegnare un personaggio più… Beh più. Non che mi stia antipatico, con Dressrosa si è tirato un pó su, però dai, non fa onore al vero Bellamy. Ma manco di striscio… Soprattutto considerando che Oda che dimostrato varie volte di conoscere piuttosto bene la storia della pirateria. Che Iena Bellamy ci riservi ancora sorprese? Sarà da vedere.

Samuel Bellamy, il principe dei pirati

bellamyPersonalmente mi avvicino sempre con un certo timore reverenziale nei confronti di Samuel Bellamy. Perché? Beh si fa semplice: Black Sam fu uno dei più grandi pirati della storia. 53 navi catturate in poco più di un anno, tra cui la splendida e gigantesca Whydah. Ceh parliamone, 53! Ingiustamente poco ricordato, una fine arrivata troppo presto, Bellamy incise profondamente il suo nome nella storia. La vita del “principe dei pirati”, nome con cui divenne noto dopo il celebre discorso con un capitano scassaballe, come al solito non è documentatissima, ma qualche parola in piazza la possiamo dire.

Qualche cenno sulla vita di Bellamy

Bellamy di G. Manchess

Inglese di nascita, Bellamy fu il sesto e ultimo figlio di una coppia non proprio benestante. Giovanissimo si arruolò nella marina britannica, divenne di fatto un corsaro e poco tempo dopo lo troviamo a Cape Cod, in Massachussetts. E qui le cose si complicano. Gira una leggenda (fomentata da una certa docu-serie recente) che si fosse innamorato di una ragazza del posto. Come in tutti i migliori romanzi rosa, i genitori di lei non approvavano la relazione. Costretto ad andarsene per fare fortuna, lui le promise di tornare con “la nave più bella del mondo”. Ora, non per rovinare sogni e distruggere speranze ma Bellamy non accettava uomini sposati a bordo. Solo questa considerazione dovrebbe bastare quantomeno a far sorgere qualche ragionevole dubbio sulla veridicità di questo tormentato amore. Quale che sia la realtà, Bellamy, dopo una parentesi al servizio di Benjamin Hornigold, insieme al suo compagno di merende Paulsgrave Williams si mise sulle tracce della Flotta del Tesoro, il convoglio di navi spagnole che ogni anno trasportava tonnellate di oro e argento dalle colonie in Sudamerica alla madrepatria. Bellamy era un marinaio fuori dal comune, abile e furbo e non ci impiegò molto tempo a racimolare un bel bottino, tra cui la Whydah, una enorme nave di 300 tonnellate e 18 cannoni che divennero 28 quando passò nelle mani dei pirati.

La fine infausta

Bellamy era destinato a diventare uno dei più famosi pirati di tutti i tempi. Intelligente, astuto, con delle grandi botte di fortuna, aveva tutte le carte in regola per essere una star. Eppure non raggiunse mai la fama di Barbanera. E nemmeno la straordinaria quantità di prede di Roberts. Bellamy finì i suoi giorni durante una terribile tempesta che si portò via anche quasi tutti dei suoi uomini. Rimasero un pugno di sopravvissuti che vennero catturati e impiccati poco dopo.

Io sono un principe libero: Bellamy e De Andrè

Una delle cose che più distinguono Bellamy dagli altri pirati è l’assoluta consapevolezza del suo ruolo di ribelle nella società. Lui sapeva quello che stava facendo, sapeva che tipo di pirata voleva essere, sapeva dove stava andando e cosa voleva. Il capitano Johnson (una delle principali fonti sulla storia della pirateria durante l’epoca d’oro) racconta che, durante un litigio con il lagnoso capitano di una nave, Bellamy abbia risposto: “Dannazione a voi. Siete un animale strisciante come tutti quelli che accettano di essere governati da leggi che i ricchi si sono fatti per sé; perché questi piccoli cani vigliacchi non hanno il coraggio di difendere in un altro modo quello che si sono procurati con la rapina. Dannazione a tutti: a loro, che sono un ammasso di astute canaglie, e a voi che siete al lor servizio, voi, una massa di codardi dal cuore pavido. […] Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare*.

Eh ciurma, mica poco. Carismatico lo era di sicuro. La cosa gnocca è il fatto che queste stesse parole vennero riprese pari pari nel 1990 da De Andrè, che le inserì nel retro della copertina dell’album “Le nuvole”. Tanta roba ragazzi…

Bellamy, pirata anomalo

La cosa sicura è che effettivamente Bellamy non era il tipico pirata trucido e burino. Pare infatti che fosse una persona estremamente a modo: uccideva di rado, non torturava mai e perfino nei confronti degli schiavi si dimostrava corretto (sicuramente di più rispetto ad altri). Il suo soprannome, Black Sam pare sia dovuto al fatto che si rifiutava di indossare la parrucca, cosa piuttosto comune all’epoca, e semplicemente raccogliesse i lunghi capelli neri con un laccio. Doveva essere un gran figo. Si diceva che fosse solito “testare” una nave prima di requisirla (altra cosa non accertatissima ma affascinante): se fosse stata migliore della sua, l’avrebbe tenuta, altrimenti l’avrebbe restituita al capitano. Bellamy e gran parte della sua ciurma morirono durante una terribile tempesta che fece affondare le sue belle navi. Nonostante la sua carriera sia durata pochissimo, probabilmente Bellamy rimane tra coloro che più hanno contribuito alla costruzione dell’attuale immagine romantica del pirata.

* Metto qui il testo completo, che riporto da p. 87 di “Pirati” di G. Lapouge ma che trovate anche in “Storie di pirati. Da Barbanera alle donne corsaro” di D. Defoe (che altro non è che l’edizione Mondadori de “A General History of the Robberies and Murders of the Most Notorious Pyrates” del Cap. Johnson) e in qualsiasi altro buon testo sulla storia della pirateria : “Dannazione a voi. Siete un animale strisciante come tutti quelli che accettano di essere governati da leggi che i ricchi si sono fatti per sé; perché questi piccoli cani vigliacchi non hanno il coraggio di difendere in un altro modo quello che si sono procurati con la rapina. Dannazione a tutti: a loro, che sono un ammasso di astute canaglie, e a voi che siete al lor servizio, voi, una massa di codardi dal cuore pavido. Ci disprezzano, quelle canaglie, benché tra noi e loro ci sia una sola differenza: loro rubano ai poveri facendosi scudo della legge, già, proprio così, mio Dio, mentre noi rubiamo ai ricchi difendendoci soltanto con il coraggio. Non fareste meglio a diventare uno dei nostri invece di strisciare dietro quegli scellerati per un lavoro? Quanto a me, sono un principe libero e ho tanta autorità per fare guerra al mondo intero, come se disponessi di cento vascelli sul mare o centomila uomini sulla terraferma, ecco ciò che sento. Ma non serve a niente discutere con simili cuccioli mocciosi che accettano di essere presi a pedate su e giù per il ponte dai loro superiori finché questi ne hanno voglia, cuccioli che mettono la propria fede in mano a un ruffiano pastore, a un merlotto che non crede né pratica quello che ficca nelle teste ridicole degli sciocchi a cui predica. Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.”

Attenzione però: alcuni storici della pirateria, tra cui all’epoca P. Gosse, attribuiscono questa frase non a Samuel Bellamy ma a Charles Bellamy, un altro pirata che visse durante gli stessi anni del suo ben più famoso omonimo.

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Bibliografia:

  • D. Cordingly, Storia della pirateria, tr.it. A. Tissoni, Modadori, Cles, 2011
  • D. Cordingly, I pirati dei Caraibi. Ascesa e caduta dei signori del mare, tr.it. M. Gezzi, Mondadori, Milano, 2013
  • D. Defoe, Storie di pirati. Dal capitano Barbanera alle donne corsaro, tr.it. e cura di M. Carpitella, Mondadori, Cles, 2013
  • P. Gosse, Storia della pirateria, tr. it. S. Caprioglio, Odoya, Bologna, 2008
  • G. Lapouge, Pirati. Predoni, filibustieri, bucanieri e altri “pezzenti del mare”, tr.it. A. Benucci Serva Excelsior 1881, Milano, 2010
  • M. Rediker, Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria, tr.it R. Ambrosoli, Elèuthera, Manocalzati, 2011
  • A. Spinelli, Tra l’inferno e il mare, Fernandel, Ravenna, 2003

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