Shōjo il pirata e Shōjo lo yōkai

307
Unisciti al nostro canale Telegram, ti basta cliccare qui

Il nome del capitano Shōjo è ispirato ad uno yōkai dalle fattezze di scimmia e la passione per gli alcolici

Sull’isola di Jaya, oltre a fare la conoscenza di Montblanc Cricket, Rufy e la sua ciurma stringono amicizia con gli altri due capitani che formano la coalizione della montagna delle scimmie: Shōjo e Masira. Entrambi i personaggi hanno fattezze e nomi ispirati alle scimmie.

Il primo personaggio introdotto ai lettori è Masira ed il suo nome deriva da “mashira” un termine giapponese desueto che significa, appunto, scimmia. Il secondo, invece è Shōjo e la storia dietro il suo nome è un po’ più ricca; il suo nome, è infatti ispirato ad una figura del folklore giapponese.

Origini antiche

Gli shōjo sono spiriti della cultura giapponese; sembra tuttavia che derivino da un mito cinese. Nel Shan Hai Jing (“Libro dei monti e dei mari”), libro che racconta la Cina antica, vengono descritti gli “shēng shēng” (o “xīng xīng”). Si tratta di figure scimmiesche, dal volto umanoide e pelo rosso (anche se sembrano esistere traduzioni che riportino il pelo come verde o blu), che vivono sulle montagne.

Gli shōjo giapponesi hanno altre caratteristiche umane; sono infatti capaci di parlare e di stringere rapporti con gli esseri umani. Essendo spiriti legati all’acqua, mantengono la loro dimora sulle spiagge e, secondo alcune leggende, se una nave passava molto vicina alla dimora di uno shōjo, questi avrebbe rubato il sakè dalla nave. Infatti, la caratteristica principale degli shōjo è che sono grandi amanti delle feste, del canto e del ballo, ma soprattutto, del sakè. Sono dei gran bevitori e da questa loro caratteristica sembra sia derivata l’usanza di definire shōjo le persone che si ubriacano spesso. Questi spiriti sono però anche abili produttori di sakè e la leggenda dello shōjo e del suo legame con l’alcol ha ispirato una maschera e uno spettacolo per il teatro.

Uno spirito saggio

La storia che viene narrata durante la rappresentazione teatrale è quella di un uomo che, in fin di vita, come ultimo desiderio chiede al figlio del sakè. Il figlio allora si incammina verso il monte Fuji, incontrando lungo la via uno shōjo rosso, intento a bere e far festa su una spiaggia. Dopo aver ascoltato la storia del giovane, lo yōkai gli da del sakè. Una volta bevuta la bevanda, l’uomo inizia a guarire ed il figlio torna dallo shōjo per farsi dare altro sakè ogni giorno, per cinque giorni.

Tuttavia, un avido vicino decide di bere a sua volta il sakè miracoloso, ma come effetto si ammala gravemente. L’uomo costringe così il figlio a portargli lo shōjo, per chiedergli di farlo guarire. Lo spirito gli spiega che il sakè ha effetti benefici solo sui puri di cuore, mentre per gli altri ha lo stesso effetto di un veleno. Dopo il pentimento dell’uomo, lo shōjo gli consegna una medicina per curarsi ed i due vicini decidono di produrre insieme del sakè bianco.

Il succo della vita

Lo shōjo è una figura molto affascinante, che rappresenta l’amore della vita nella sua più grande espressione: la festa. Non credo che sia un caso se ogni saga di One Piece si concluda in questo modo. La fine di ogni avventura viene sigillata con una celebrazione della vita stessa, attraverso il cibo, l’alcol, i balli e le risate. Anche nella storia umana, e tutt’oggi, le feste sono sempre state viste come un’occasione per creare nuovi legami e rafforzare i vecchi, per celebrare un evento presente o la memoria di un evento passato. L’alcol, in particolare, è sempre stato associato all’eliminazione delle inibizioni, alla possibilità di vivere la vita con più leggerezza, dimenticandosi per un po’ dei problemi del mondo. Ed è questo lo shōjo: una rappresentazione della semplice e genuina gioia derivata dal dono della vita, mettendo da parte tutto ciò che può corrodere il cuore.

Lascia un commento